Consumo

Consumo, s.m., è un sostantivo deverbale che esprime l’atto del consumare [dal latino consumere, che significa consumare, finire, dissipare, esaurire, dare fondo, ma anche annientare, distruggere, logorare, divorare (nella forma transitiva), così come venir meno e morire (nella forma intransitivo-pronominale)].

 

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Da un punto di vista prettamente etimologico, non c’è alcun dubbio nel considerare il consumo – così come l’atto del consumare – un qualcosa di nocivo e di pericoloso da cui stare alla larga, onde evitare l’annientamento dell’essere, ovvero l’annientamento dell’essere dell’oggetto o del soggetto, sottoposto al processo di consumo, che finisce per esaurirsi del tutto con l’uso. In virtù di tali considerazioni, mi pare di poter dire che in nessun caso il termine latino preso in esame esprime una pur minima positività, né lascia intendere che si possa parlare talvolta di consumo come qualcosa di «buono», di «positivo» o di un processo da stimolare.

Proprio a ragione di quanto affermato sinora, appare affatto singolare la trasformazione che questo termine ha subito negli ultimi secoli ad opera del capitalismo, prima, e della cultura tecnologico-capitalista, poi. La società industriale, infatti, concepisce il consumo come un’operazione o un processo mediante cui i cosiddetti «beni economici» (che sono in verità merci e non beni) vengono utilizzati – quindi sottoposti a dissipazione, a esaurimento, a distruzione, a logorio – per appagare un bisogno (naturale o indotto), con l’unico scopo di dar fondo rapidamente alla merce per poterla produrre di nuovo, in un processo sempre più celere e senza fine.

E il non aver fine del processo è indispensabile alla società della crescita per essere tale, anche perché una società della crescita che non cresce entra in recessione e si destabilizza. Per questo motivo, soprattutto nei periodi di «crisi economica» (o presunta tale), veniamo ripetutamente invitati, da ogni angolo del nostro mondo distopico, a far ripartire i consumi per tornare a crescere, in vista di un presunto benessere che ricadrebbe su tutti, come manna dal cielo, qualora ingurgitassimo quantitativi sempre crescenti di merci. In quest’ottica all’ingrasso, l’atto del consumare diventa un gesto politico di primaria importanza, perché – agli occhi degli obesi occidentali – chi non consuma contribuisce alla distruzione della società della crescita, punta a diminuire il benessere dei suoi simili e sogna di tornare a vivere nelle caverne.
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Non è un caso, allora, che in un contesto culturale del genere, i cosiddetti beni che soddisferebbero le esigenze degli acquirenti, diventano «generi di consumo», ovvero precisamente quelle merci che si distruggono con l’uso e che vengono prodotte e riacquistate per poterle dissipare di nuovo ad libitum. È fin troppo evidente, che il ciclo produzione-consumo-produzione ha trasformato completamente il linguaggio, tanto da capovolgere del tutto il senso originario del termine di cui stiamo dando qui conto.

Da sostantivo deverbale che esprime l’atto del consumare, del morire, dello sfinire, il consumo è divenuto il totem della società contemporanea, che nell’illusione di crescere all’infinito spinge con vigore sull’acceleratore del logorio, senza accorgersi di contribuire in tal modo a divorare progressivamente il mondo, creando così le condizioni per una non permanenza della vita umana sulla terra.